Questa nostra casa di nome Europa

Il nuovo piano presentato dalla Commissione europea ha il sapore delle cose storiche, la stessa carica del nessun dorma nella Turandot di Puccini dove, già dai primi colpi d’arco dei violini, si capisce che ci si appresta ad ascoltare un’aria che non è come le altre.

Si chiama Next Generation Eu e questo basterebbe. Il sound è forte, ci proietta oltre l’eterna dittatura del presente; fuori da quel presentismo da cui, spesso, non riusciamo a liberarci.

Tutto bene, allora? Certo che no. Oramai, purtroppo, è chiaro che l’emergenza sanitaria avrà (e sta già avendo) delle conseguenze negative sulla nostra economia. Il PIL ne risentirà notevolmente, nella migliore delle attuali ipotesi, nel 2020 diminuirà di almeno l’8-9 %[1]. Lo iato tra Nord e Sud del nostro Paese potrebbe mettere in seria difficoltà l’unità economica e sociale, già fragile.

E per questo che l’Europa arriva nel momento giusto, anche a ricordarci qual è la nostra casa. Siamo uno dei Paesi fondatori, anche se questo non basta; se è vero, infatti, che in Italia il tasso di fiducia nell’Europa è caduto in picchiata negli ultimi decenni e non accenna a risalire la china[2]. Adesso che, in questo momento di difficoltà, l’Europa ci tende la mano è ora di rinsaldare la presa.

 

Proviamo a riavvolgere brevemente il nastro e collocare il nostro momento nel tempo e, infine, nel suo divenire.

Un anno fa, fu evidente che questa nostra Europa si trovava, forse, davanti ad una delle sue sfide più difficili. L’avanzata delle forze sovraniste aveva raggiunto il miglior risultato di sempre nelle elezioni per il Parlamento europeo e, in Italia, le difficoltà dell’Europa nel garantire una soluzione comune per fronteggiare l’emergenza migranti, avevano gonfiato le forze populiste.

La sfida per salvare l’Europa sembrava arrivata all’ultimo tornante. L’attuale Commissione europea aveva il compito di portare l’Unione fuori da questo cul de sac. Un compito non semplice, visto anche l’egoismo galoppante di una parte degli Stati membri.

Poi è arrivata una ‘rottura epocale’, il virus, che ha accelerato gli sforzi da mettere in campo. Senza tanta timidezza, una cosa possiamo già dirla: non è ancora ora di suonare il de prufundis all’Unione europea perché con il Next Generation Eu sembra aver vinto la politica del ‘noi’, non l’egoismo del populismo nazional-sovranista.

Quale sarebbe stata la loro soluzione a questa crisi? Alzare muri per contrastare un virus che ‘non ha confini’? Aumentare lo spread tra i vari Paesi dell’Unione a livelli di non ritorno?

«Se vuoi andare veloce, corri da solo. Se vuoi andare lontano, fallo insieme agli altri», recita un antico proverbio africano. È una delle cose che ho imparato studiando alla Scuola di Politiche ed è un insegnamento che, in questa crisi, sta servendo.

 

Un mondo nuovo verrà, si dice. Dovremo ‘pensare l’impensabile’ (altro insegnamento imparato alla Scuola di Politiche) e tentare di realizzarlo. Per farlo ci sarà bisogno di tutto il nostro coraggio e di riprendere il cammino più difficile, forse il più difficile: quello verso gli Stati Uniti d’Europa.

Un solo esempio (tra tutti), mi basterà per dimostrarne la bontà (e la necessità).

Come già detto, l’Unione europea non è stata in grado di fornire una risposta adeguata al fenomeno migratorio. È vero. Se proviamo, tuttavia, ad andare nei dettagli la realtà è che il Parlamento europeo aveva già approvato una riforma del Regolamento di Dublino che andava nel senso di una ripartizione tra tutti gli Stati membri dell’Unione europea (proprio come richiesto dall’Italia)[3]; sono stati i veti dei rappresentanti di alcuni Stati all’interno Consiglio dell’Unione europea a farne tramontare l’approvazione[4].

Quello che voglio dire è che ciò che ha dato l’impressione che l’Europa non ‘facesse la sua parte’, non è l’Europa dei cittadini (rappresentata dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea), ma l’Europa degli Stati (cioè il Consiglio dell’Unione europea e, più ancora, il Consiglio europeo). In estrema sintesi: è l’essere una confederazione di Paesi (soprattutto quando non c’è un unanime consenso tra gli Stati membri dell’Ue) e non una vera federazione.

Da qui la necessità di un nuovo impegno federalista, come nel pensiero e nelle parole del giurista e costituente Piero Calamandrei, fervente federalista, che, a settant’anni di distanza, sembrano di straordinaria attualità: «quando la casa del vicino brucia, anche la mia casa sta per bruciare; perché uno si salvi, bisogna salvarsi tutti insieme»[5].

Mettere da parte l’avarizia dell’egoismo per «sortirne insieme»[6], era al fondo anche la lezione di Don Lorenzo Milani. Ciò che nel pensiero di Enrico Berlinguer è stato sintetizzato nel ‘famoso’ «ci si salva e si va avanti tutti insieme, non uno per uno»[7]. Ecco una parte di quel «patrimonio spirituale» che può affluire nella «ricostruzione dell’Europa» che verrà nei prossimi anni[8]. Facciamone tesoro, rendiamolo ‘azione’. Per le future generazioni, ché ad esse, più che a noi, lo dobbiamo davvero.

Parafrasando un antico proverbio pellirossa, che si riferiva alle terre americane, potremmo concludere dicendo: non abbiamo ereditato l’Europa dai nostri padri, ma l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli. Restituiamogliela migliore.

 

 

 

[1]  Cfr. Nel 2020 il PIL italiano si ridurrà del 9,5 per cento, dice la Commissione Europea, in ilpost.it, 6 maggio 2020, https://www.ilpost.it/2020/05/06/commissione-europea-pil-italiano-2020/.

[2] Cfr. Il Coronavirus ha cambiato l’idea che gli italiani hanno dell’Europa, in youtrend.it, 28 aprile 2020, https://www.youtrend.it/2020/04/28/il-coronavirus-ha-cambiato-lidea-che-gli-italiani-hanno-delleuropa/.

[3] Cfr. A. Camilli, Il parlamento europeo dà il via libera alla riforma di Dublino sull’asilo, in internazionale.it, 16 novembre 2017, https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2017/11/16/regolamento-dublino-parlamento.

[4] Cfr. A. Carli, Migranti, al vertice di Salisburgo ancora un nulla di fatto sulla riforma di Dublino, in ilsole24ore.com, 21 settembre 2018, https://www.ilsole24ore.com/art/migranti-vertice-salisburgo-ancora-nulla-fatto-riforma-dublino-AEJDNS5F; oppure La riforma europea dell’immigrazione è fallita, e non è una buona notizia, in ilpost.it, 7 giugno 2018, https://www.ilpost.it/2018/06/07/fallimento-riforma-dublino/.

[5] Cfr. P. Calamandrei, Appello all’unità europea, ibidem, cit. p. 103.

[6] L’espressione è tratta da L. Milani, Lettera a una professoressa, Mondadori, 2017.

[7] La citazione è tratta da un’intervista del segretario del Partito Comunista italiano del giugno del 1981 a Moby Dick, mensile della FGCI siciliana, poi ripresa anche in W. Veltroni, La sfida interrotta. Le idee di Enrico Berlinguer, Baldini & Castoldi, 1994.

[8] Cfr. P. Calamandrei, Il federalismo non è un’utopia, in E. Di Salvatore (a cura di), Questa nostra Europa, People, 2020, cit. p. 47. In tale discorso, pronunciato all’assemblea inaugurale dell’Associazione Federalisti Europei a Firenze, il 27 gennaio 1945 (nelle stesse ore in cui l’Armata Rossa liberava Auschwitz), Calamandrei sosteneva che il contributo che l’Italia, «nazione mortificata, umiliata, impoverita» potesse portare alla causa europea, «alla ricostruzione dell’Europa», non fosse in «ricchezze materiali» ma nel «suo patrimonio spirituale».